Fino a che punto ci si può spingere per arrivare a essere veramente soddisfatti del proprio corpo? Quando finisce la vanità ed inizia la pazzia? I confini che le separano sono sempre così netti?
A guardare Dennis Abner certe domande sorgono spontanee.
Uomo-gatto, recordman, esaltato, fenomeno da baraccone. Gli appellativi che gli vengono attribuiti non tentano neanche di mascherare l’ironia e lo scherno coi quali ogni giorno probabilmente Dennis si deve confrontare.
Appena ventitreenne un capo indiano gli si presentò in sogno e gli disse di seguire la via della tigre. Ora, a me capita spesso di fare sogni e alcuni, per quanto estremamente realistici, sono molto improbabili. Se dovessi ogni volta dare retta a questi non sarei a casa tranquilla a scrivere ma probabilmente in cura da tempo. Il giovane Dennis decise invece di intraprendere il lungo e difficile cammino nel quale credeva e crede fermamente e che lo ha portato a diventare ciò che è oggi.
Non gli è bastato avvicinare solo la sua anima al gatto: la sua storia ha numeri da Guinness: in venticinque anni ha speso circa 150.000 dollari per 14 interventi chirurgici, passando qualcosa come 2000 ore sotto i ferri per diventare Catman.
Mi soffermo brevemente sul perché un uomo di punto in bianco deve decidere di modificare il proprio corpo al punto da non essere più riconoscibile, oserei dire neanche come essere umano.
In molte culture sciamaniche era tradizione credere negli animali come spiriti alleati, protettori sia nel regno fisico che in quello metafisico. Ogni membro delle varie etnie si identificava con un animale dal quale pensava di discendere e al quale cercava di ritornare mediante iniezioni particolari e rituali, per potersi riappropriare delle qualità dell’animale.
Animali totemici, stregoni, rituali scaramantici. A mio parere hanno la stessa credibilità degli elfi e dei folletti. Dennis Abner invece gli ha dedicato la propria vita.
I più scettici hanno invece cercato di spiegare un tale comportamento riconducendolo ad una delle nuove malattie psichiatriche detta BDD (disordine dismorfico del corpo). In pratica chi ne è affetto altera la percezione della propria apparenza esteriore fino all’ ossessione. Non riuscendo ad accettare l’immagine del proprio corpo passa eccessivo tempo ad esaminarsi allo specchio e criticare ciò che non va in se stesso. Malattia o vanità? Caso psichiatrico o credenza popolare?
Insomma, tutti noi abbiamo qualcosa che non ci piace ma non per questo ci trasformiamo in gatti, topi o cavalli, al massimo cerchiamo di nasconderlo o migliorarci con una dieta o un taglio nuovo o cose simili.
Ultimamente ha dichiarato di aver cambiato nome all’anagrafe in Catman e di aver assimilato anche alcune abitudini dei gatti (come mangiare solo carne, e persino i loro riflessi), e alla domanda: “Ma da quando sei così, ha avuto delle fidanzate?” la sua risposta è stata: “Sì, e più di una!”
Forse non è né una persona malata né un uomo particolarmente credulone.
Dopotutto guardo Dennis e vedo che è felice di ciò che è diventato. Allora perché criticarlo? C’è chi vuole fare il paracadutista per esibirsi, chi si fa gonfiare da chirurghi plastici per essere attraente, chi vuole fare il politico per avere potere su altre persone. L’uomo gatto non l’ha fatto per fama, per donne, tantomeno per il potere: ha cercato se stesso e ora che si è trovato è soddisfatto.
Possiamo biasimarlo?
Schopenhauer diceva che la vita è un continuo oscillare tra desiderio e angoscia, illusione e delusione, infinita ricerca della soddisfazione di bisogni effimeri (“[…]si desidera ciò che non si ha.[…]”) che precipita nella noia e crea infelicità.
Penso che l’Uomo-gatto stia provando ad ingannarla questa vita beffarda.
A voi la parola.

