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L’Uomo-gatto

13 marzo 2009

 Fino a che punto ci si può spingere per arrivare a essere veramente soddisfatti del proprio corpo? Quando finisce la vanità ed inizia la pazzia? I confini che le separano sono sempre così netti?
 
A guardare Dennis Abner certe domande sorgono spontanee.
 
Uomo-gatto, recordman, esaltato, fenomeno da baraccone. Gli appellativi che gli vengono attribuiti non tentano neanche di mascherare l’ironia e lo scherno coi quali ogni giorno probabilmente Dennis si deve confrontare.
 
Appena ventitreenne un capo indiano gli si presentò in sogno e gli disse di seguire la via della tigre. Ora, a me capita spesso di fare sogni e alcuni, per quanto estremamente realistici, sono molto improbabili. Se dovessi ogni volta dare retta a questi non sarei a casa tranquilla a scrivere ma probabilmente in cura da tempo. Il giovane Dennis decise invece di intraprendere il lungo e difficile cammino nel quale credeva e crede fermamente e che lo ha portato a diventare ciò che è oggi.
 
Non gli è bastato avvicinare solo la sua anima al gatto: la sua storia ha numeri da Guinness: in venticinque anni ha speso circa 150.000 dollari per 14 interventi chirurgici, passando qualcosa come 2000 ore sotto i ferri per diventare Catman.
 
 
Mi soffermo brevemente sul perché un uomo di punto in bianco deve decidere di modificare il proprio corpo al punto da non essere più riconoscibile, oserei dire neanche come essere umano.
In molte culture sciamaniche era tradizione credere negli animali come spiriti alleati, protettori sia nel regno fisico che in quello metafisico. Ogni membro delle varie etnie  si identificava con un animale  dal quale pensava di discendere e al quale cercava di ritornare mediante iniezioni particolari e rituali, per potersi riappropriare delle qualità dell’animale.
 
Animali totemici, stregoni, rituali scaramantici. A mio parere hanno la stessa credibilità degli elfi e dei folletti. Dennis Abner invece gli ha dedicato la propria vita.
 
I più scettici hanno invece cercato di spiegare un tale comportamento riconducendolo ad una delle nuove malattie psichiatriche detta BDD (disordine dismorfico del corpo). In pratica chi ne è affetto altera la percezione della propria apparenza esteriore fino all’ ossessione. Non riuscendo ad accettare l’immagine del proprio corpo passa eccessivo tempo ad esaminarsi allo specchio e criticare ciò che non va in se stesso. Malattia o vanità? Caso psichiatrico o credenza popolare?
Insomma, tutti noi abbiamo qualcosa che non ci piace ma non per questo ci trasformiamo in gatti, topi o cavalli, al massimo cerchiamo di nasconderlo o migliorarci con una dieta o un taglio nuovo o cose simili.
 
 
Ultimamente ha dichiarato di aver cambiato nome all’anagrafe in Catman e di aver assimilato anche alcune abitudini dei gatti (come mangiare solo carne, e persino i loro riflessi), e alla domanda: “Ma da quando sei così, ha avuto delle fidanzate?” la sua risposta è stata: “Sì, e più di una!”
 
Forse non è né una persona malata né un uomo particolarmente credulone.
Dopotutto guardo Dennis e vedo che è felice di ciò che è diventato. Allora perché criticarlo? C’è chi vuole fare il paracadutista per esibirsi, chi si fa gonfiare da chirurghi plastici per essere attraente, chi vuole fare il politico per avere potere su altre persone. L’uomo gatto non l’ha fatto per fama, per donne, tantomeno per il potere: ha cercato se stesso e ora che si è trovato è soddisfatto.
Possiamo biasimarlo?

Schopenhauer diceva  che la vita è un continuo oscillare tra desiderio e angoscia, illusione e delusione, infinita ricerca della soddisfazione di bisogni effimeri (“[…]si desidera ciò che non si ha.[…]”) che precipita nella noia e crea infelicità.
 
Penso che l’Uomo-gatto stia provando ad ingannarla questa vita beffarda.
 
A voi la parola.

 

 

 

 

 

 

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Ma chi glielo ha fatto fare?

11 marzo 2009

 

 

Questo blog nasce dalla voglia di andare oltre a ciò che ci viene presentato come puro spettacolo.
 
Quanti di noi curiosando in Internet o facendo zapping in tv si sono soffermati su immagini di uomini tatuati, donne con centinaia piercing, torte giganti, ecc…
Quanti di noi dopo la solita risata e la rituale espressione stupita hanno provato a chiedersi il perché di ciò che stavano osservando?Cosa c’è oltre il puro esibizionismo? Perché uomini e donne di tutto il mondo fanno a gara per risultare ‘unici nel loro genere’?

 
Per chi non avesse chiaro ciò a cui sto facendo riferimento mi sembra doveroso fare un piccolo salto indietro all’origine del Guinness World Record.
L’idea di realizzare un volume che raccogliesse i primati in tutti i campi venne a Sir Hugh Beaver, direttore della birreria Guinness, il quale, dopo una scommessa tra lui e i suoi amici su quale fosse l’uccello più veloce del mondo, si accorse con non esisteva un libro che rispondesse a questa domanda. Da buon imprenditore Beaver pensò, oltre alla curiosità che avrebbe suscitato nel pubblico, ai profitti che poteva ricavare dalla sua idea.
Il 27 agosto 1955 venne stampata la prima edizione del Guinness World Record Book , destinato a diventare uno dei libri più famosi del mondo.
 

All’inizio il libro dei record si limitava a raccogliere primati sportivi e naturali, poi col tempo si aggiunsero i primati più disparati come l’uomo che è stato baciato da sessantadue persone diverse in un solo minuto, il giocoliere più forte del mondo che riesce a far roteare tre palle da dieci chili in pochi secondi, e molti altri ancora.
 
Mi sono sempre chiesta ‘ma come gli è venuto in mente?’ o ‘come fa a fare quello?’
Quando vediamo una donna con le unghie lunghe due metri, un ragazzo alto neanche mezzo metro o un uomo con le fattezze di un gatto possiamo provare stupore, pena, scherno, indifferenza, paura,… ma quasi nessuno (o forse nessuno?)  sente empatia verso quelle persone. A me personalmente non è quasi mai capitato di condividere la scelta di mostrare alcune particolarità ostentando un certo orgoglio.

 
C’è chi li giudica pazzi, chi esibizionisti, chi esagerati, chi sfortunati, ma ben pochi ne sanno la storia.
In questo blog proverò ad andare oltre l’impatto iniziale, citando i record che mi hanno maggiormente colpita, vecchi o nuovi, tentando di scavare per indagare sull’atto performativo e scovando le motivazioni e le origini di certe scelte e vicende.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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